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Alberto Sughi 2005/06

Alberto Sughi

 

28 Settembre 2006: “Una nuova tela bianca ”

Tuttavia mi sono seduto alla scrivania non per parlarvi del mio quadro, ma piuttosto per tornare sull’ argomento del mio Blog precedente : il caso del mio lavoro plagiato da un’artista giapponese a cui il ministro dell’educazione di quel paese ha prima assegnato e poi una volta scoperto il plagio tolto un ambito premio d’arte. (Per chi volesse saperne di piu’ questa link sotto, al titolo Controversies, e’ piu’ che esaustiva http://en.wikipedia.org/wiki/Alberto_Sughi)

Il mese scorso ho letto i vostri commenti con grande interesse e piacere.. Non tutti condividono lo stesso punto di vista: c’e’ chi ritiene opportuno fare in Giappone subito una mia mostra approfittando anche della grande eco che la vicenda ha avuto in quel paese ; c’e’ invece chi, ed è l’opinione che mi pare di condividere , preferirebbe aspettare che il caso Wada si affievolisca prima di pensare ad una eventuale mostra. Gli argomenti degli uni e degli altri sembrano ugualmente meritevoli di attenzione. Ho anche pensato che il quesito cosi’ come era stato formulato nel mio blog precedente fosse per qualche verso malposto. Il pittore dipinge, questo e’ il suo solo lavoro. Certamente ha il desiderio, forse anche il diritto, una volta terminato il lavoro di vedere i suoi quadri esposti nel modo e nella sede migliore. Ma non e’ lui che sceglie o decide le mostre. Questo non e’ nella sua competenza, forse nemmeno nella sua capacita’. E’ il pubblico, o meglio gli organi preposti, i musei, le gallerie, che propongono e allestiscono le grandi esposizioni . Al momento nessuna proposta tra le molte che mi sono arrivate per una mostra Giapponese mi e’ parsa interessante dal mio punto di vista : Mi sono apparse troppo interessate all’aspetto commerciale piuttosta che ad un vero interesse culturale . Il giorno che mi sarà offerto un progetto che io giudichero intteressante sarò felice di presentare al livello più alto il mo lavoro in Giappone.

Adesso che ho tolto il mio qadro dal cavalletto e l’ho appoggiato alla parete gli getto un occhiata, mi pare che sia riuscito bene.Domani metterò sul cavalletto una tela bianca e comincerò un quadro nuovo.

E’ questo il mio lavoro

 

Alberto Sughi , Roma

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5 Luglio 2006: “Da qualche parte, dietro”

Che in un’altra parte del mondo ci sia chi, copiando i tuoi quadri e firmandoli con il suo nome diventi nel proprio paese un pittore famoso e che la cosa vada avanti fino a quando il ministero della cultura di quella reputata nazione attraverso il parere di una commissioni di “esperti” gli assegni un importante Premio governativo è una cosa che ha dell’incredibile.

Bisogna proprio pensare che nella rete dell’ informazione globale ci siano dei buchi abbastanza grossi se possono passare dei pesci che non troverebbero varchi così grandi nemmeno il primo di Aprile.Fortuna ha voluto che alcune piccole imbarcazioni che si erano avventurate a navigare in rete hanno trovato i quadri che il pittore premiato copiava da un artista che viveva in tutt’altra parte del mondo; questa scoperta sconcertante li ha indotti a informare, attraverso fotocopie comparate, il ministero della cultura; così viene alla luce uno dei più impensati scandali della pittura moderna, o almeno un caso di plagio senza precedenti.

A questo punto mi sembra ormai giusto chiarire ai lettori che il paese in cui avvenuto questo scandalo è il Giappone che il pittore che ha plagiato i quadri si chiama Wada, che il ministero della cultura giapponese ha ri -tenuto che in effetti si trattava di plagio e gli ha revocato il premio e che, infine, il pittore copiato è un pittore italiano di nome Alberto Sughi che altri nonè che me stesso. Da quel giorno sono stato invaso da televisioni e giornalisti giapponesi che volevano saper quando come e perché.

“Conosceva Wada , sono copie o rielaborazioni , ha deciso di denunciarlo?.”

“ Si l’ho conosciuto come ho conosciuto tante altre persone che tuttavia non hanno plagiato i miei quadri; sono plagi veri e propri e il confronto tra queste fotografie lo dimostra; la denuncia e la condanna più irrevocabile l‘ha pronunciata il Ministero della cultura giapponese revocandogli con grande disonore, la prima volta nella storia del premio,l’ambita premiazione che gli era stata assegnata. Il mio sito internet e stato contattato da decine di migliaia di giapponesi e ho ricevuto molte mail che chiedavano scusa per la vergogna.

Nel contempo sono venuto a conoscenza che il Wada ha ricevuto altri importanti premi da musei privati a e che già ne 2004 c’era stata qualche segnalazione che parlava di plagio.Ho avuto l’occasione, in questi giorni di visionare una infinità di fotografie di quadri di Wada che ricopiano mie opere.

Ultimamente ho avutu proposte per grandi mostre in Giappone , io preferirei esporre quando questo grande scandalo si sia un po’ decantato. La mia pittura spero che meriti attenzione culturale e non una curiosità provocata da uno scandalo di queste proporzioni .Grandi Fondazioni culturali vorrebbero mettermi fretta profittando della popolarità che il mio nome ha conquistato in questo occasione in GiapponeVoi cosa ne pensate? I lettori dei blogs di Absolutearts quale consiglio vorrebbero darmi?

Alberto Sughi , Roma

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8 Marzo 2006, Quel che amo di piu' della pittura

Facciamo degli esempi qua e in la’.

Io credo che tutta la pittura informale americana abbia avuto un grande peso nella figurazione italiana; ho amato pittori come Rothko, come Rauschenberg; alle Biennali saltavo tutti i quadri e mi fermavo solo su alcuni per capirli bene, per capire le novità che mostravano. E’ fatica sezionare per correnti in una società come questa dove tutto è mischiato. Il critico d’arte Crispolti, quando ha fatto un testo su di me, ha parlato della derivazione informale; ne porto tutti i segni che non cancello, che sono in contraddizione coi particolari di dipinti più finiti che non hanno senso se non inseriti in un tessuto che li mette in gioco, in una trama che li cancella, li rende più vivaci. Per capire bene si deve capire quando un pittore ritiene finito un quadro. Ci sono quadri miei che potrebbero apparire opere non finite, come qualche cosa che non sono riuscito a completare, ci sono delle parti molto a fuoco, altre sfuocate, altre lasciate incerte e piene di segni. Può anche essere che non abbia potuto ricucire delle incongruenze dato che non sono in grado dal punto di vista fantastico di ricucirle e le lascio contrapposte fra di loro così, come tante cose della mia vita non sono stato in grado di renderle unitarie; lascio dei segni un poco spuri, sporchi; a volte raccontando come faccio a dipingere dico che dovrei cominciare dalla polvere che fa il carboncino, la fusaggine, gli stracci sporchi di colore, le mani imbrattate, una confusione che cerco di dominare e che, mentre dipingo, diventa sempre più forte intorno a me, fino ai tanti pennelli che non pulisco più. Mi accorgo che in un momento che uno può chiamare creativo, i pennelli sporchi da tre diventano 7, 10, vado avanti e mi fermo quando non so più che cosa aggiungere. Il quadro è finito quando il percorso non ha più possibilità di sbocchi. Questo cosa vuol dire: il quadro si è concluso quando si è concluso il viaggio che hai fatto dentro il quadro, il pittore ha finito quando il viaggio è finito. Il significato è una avventura stupenda, hai la idea di arrivare chissà dove anche se poi sai che, se tutto va bene, arrivi dalle tue parti. Io ho amato Ben Shahn, da ragazzo, poi ho scoperto altra pittura americana; ho amato di meno e non considero realista l’iperrealismo. C’è realismo in tanta pittura Pop americana, in Rothko ad esempio l’idea dello spazio, il rapporto straordinario con una parete che si conclude in fondo con una riga scura; Segal per me ha fatto delle cose troppo meccaniche, ha portato a la esasperazione una tendenza iperrealista e metafisica insieme, il calco, quel gesto quell’oggetto tolto dal suo contesto normale e formato in un calco per sempre somiglia di più a qualcosa alla Duchamp, anche se Segal passa per altra cosa, è legato di più a quella avanguardia. Io lo vedo come un caso a sé, una via di mezzo fra avanguardia storica e Metafisica, che ha trovato tanti mediocri imitatori in tutto il mondo. Tutto quello che per qualche verso non ha bisogno della pittura non so perché debba finire dentro la pittura, Hamilton è un pittore che ha trasparenze, spazi lontani, io vedo nel cinema possibilità sorprendenti; alcuni cineasti inglesi o irlandesi, hanno fatto cose impensabili, hanno fatto quasi una gara con la pittura impressionista, con la luce, il tempo la lunghezza infinita dello spazio, senza per questo sostituirsi alla pittura. Le pitture impressioniste non sono belle per la capacità di cogliere i colori e la luce, invece sono sempre torbidi di materia, hanno la consistenza della superficie della pittura. Per amare gli impressionisti invece di parlare sempre della scoperta della luce ci si dovrebbe ricordare molto di più del rapporto con Velazquez, ad esempio del paesaggio di Saragozza. Manet è più riconducibile a Velazquez ma tutti hanno questo problema. Se la pittura potesse pensare di rifare questa strada, accorgersi che la pittura è pittura, io mi appassiono e mi chiedo come faceva Velazquez a farlo; mi chiedo come teneva il pennello, come faceva: se la pittura non ha questa leggerezza che nasce dalle mani, non dalla testa, e io torno qui alla grande seduzione dell’artigianato, allora se non teniamo conto di questo la pittura la portiamo fuori, in zone diverse, la usiamo come provocazione. Se uno guardasse bene Caravaggio si accorgerebbe che è dipinto con niente, se lo vedi in fotografia e poi lo vedi da vicino ti accorgi che i movimenti che doveva compiere per dipingere erano certo molto più semplici e ricostruibili e naturali di quanto non appaia nell’insieme. La pittura è una cosa strana, se la fai diventare troppo mentale le togli al sua identità. La pittura non si esprime con quello che rappresenta, è una cosa che si fa; io ho sempre amato molto Caravaggio, ma non per fare Caravaggio, ma per capire i movimenti della sua pittura.

Alberto Sughi , Roma

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19 Luglio 2005, Alla ricerca d'una via d'uscita

10 luglio: ho dipinto su due tele già iniziate apportandovi delle modifiche sostanziali; l'una, che aveva come soggetto una donna dormiente in un interno con un mazzo di fiori, è diventata una giovane davanti alla vetrina di un bar; l'altra in cui era rappresentato un uomo che attraverso i vetri guarda una donna assorta ad un tavolo di caffè ha subito una radicale semplificazione acquistando complessità espressiva: ho tolto la figura della donna perché rimanga centrale e misteriosa l'immagine dell'uomo che guarda. Cosi' ho dipinto qualcosa di inquietante al di fuori di ogni racconto.

14 luglio: questa mattina ho ripreso a lavorare su questo quadro; dopo avere definito il volto e avere cercato di delineare meglio l'architettura di tutto l'insieme, ho deciso di smettere perché mi pareva di procedere in modo troppo mentale: cercavo di eseguire bene; non ero aiutato da quell'estro cosi' necessario per dare vita a un dipinto. Stava andando decisamente meglio col secondo quadro "1a donna davanti la vetrina del bar"; arrivavano soluzioni impreviste e piacevoli, mi stavo divertendo, sentivo di essere dentro l'avventura del dipingere.
Quando si sente di entrare in questa avventura bisogna saper prendere una grande distanza da tutto ciò che ti circonda. Non mi è stato possibile continuare quando è arrivato Millo a cui avevo dato appuntamento qualche giorno addietro. La sua visita mi avrebbe fatto certamente piacere se non avesse difatto determinato lo spegnimento del momento creativo.
Bisognerebbe, quando si è in un periodo di intenso lavoro, non dare appuntamenti nemmeno a persone che si vorrebbero vedere: capitano quasi sempre in un momento inopportuno.

15 luglio: adesso sono cinque i giorni passati a remare dentro questo quadro che sembra essere diventato un mare in burrasca: ed io, tra scoramento e fiducia, ho continuato a darmi da fare perché la barca non fosse travolta. Ho resistito oltre la speranza; quando tutto sembrava perduto il mare si è improvvisamente calmato; ed eccomi davanti a questa tela che forse ho salvato dal naufragio.
Passano velocemente i giorni e non riesco ad uscire da questo quadro. Mi sembra spesso di avere trovato la soluzione che cercavo; ho qualche momento di soddisfazione che purtroppo non dura molto tempo. Poi mi ritornano i dubbi e prendo la decisione di cancellare e rifare una parte che mi costringerà poi a mettere le mani anche su un'altra e cosi' via. Sono le nove di mattina, sono sceso nello studio da poco ed ho già dato un'occhiata al quadro in questione. Potrei lasciarlo per oggi almeno, e passare a dipingere un altro. Sarebbe una cosa saggia; ma può chi ha accettato da sempre di prendersi tutti i rischi della ricerca comportarsi saggiamente?

16 luglio:
Oggi è stata una giornata poco creativa. Forse sono stanco; sta di fatto che non ho combinato niente e sono costretto a rimandare ancora di un giorno la conclusione (almeno cosi' mi auguro) di questo benedetto quadro in cui si è andato ad arenare il lavoro per la mostra di Bolzano. Il tempo non si allunga e tutto quello che dedico a questa tela non l'avrò più quando mi servirà per gli altri quadri. Siccome mi sono reso conto che la realizzazione di questo dipinto è diventata la porta attraverso la quale devo per forza passare per proseguire il mio viaggio non mi resta che augurarmi di trovare al di là della porta, una strada che si possa percorrere più agevolmente. Altre volte è andata in questo modo... come se il travaglio di questa gestazione in cui si bruciano pensieri ed energie, in cui si alternano momenti di esaltazione ad altri di sconforto, lasci all'autore una inaspettata ricchezza.

17 Luglio. Oggi e’ tempo di riposare e riflettere sugli ultimi quadri.

Un quadro nasce da tutti quelli che hai dipinto in precedenza, da tutto quello che hai imparato dipingendo; ma soprattutto nasce dal desiderio di mettersi in viaggio, di trovare quello che continua a sfuggirti...Ma come ho anche scritto in altre occasioni, su questi blogs e altrove,ho l'impressione di galleggiare su un'onda che sembra portarmi verso la riva, per tornare poi verso il vortice dal quale posso essere risucchiato. Con questo stato d'animo è più facile raccogliere il carattere contraddittorio dell'esistenza che non acquisire l'occhio e la sistematicità dello storico. Forse ci stiamo smarrendo dentro un labirinto la cui uscita è sempre dall’altra parte rispetto a ogni punto in cui veniamo a trovarci. La pittura potrebbe rappresentare il dramma di un mondo che, intrappolato nel labirinto, cerca la via di uscita che non riesce a trovare. Forse anche questa è storia: quella del labirinto dove siamo finiti.

Alberto Sughi , Roma

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22 Giugno 2005, Lo Stato attuale dell'Arte

Contano ancora il talento , la forza espressiva , la ricerca solitaria, virtù che hanno sempre indicato la grandezza di un artista, quando si è deciso che non sono più di moda?

Se considero l’Italia sempre cosi’ profondamente diviso tra bianchi e neri o rossi e azzurri, mi

sorprende che si sia trovata una inaspettata convergenza nel campo dell’ arte: si sono messi fuori gioco tutti quegli artisti che non accettano di condurre la propria ricerca per conto terzi e che sopratutto non amano operare secondo regole troppo diffuse. Quando leggo i giornali che rappresentano opinioni e interessi contrapposti e ne confronto gli articoli, mi accorgo che dall’ economia alla guerra, dai problemi dello Stato sociale al libero mercato non ci sono punti di vista tra loro conciliabili ; bisogna arrivare alle pagine della cronaca per vedere sfumare le contrapposizioni e infine giungere alla pagina dedicata all’ Arte per vederle del tutto scomparire

Si dice che l’ Arte non può appartenere né agli uni né agli altri; essendo universale é di fatto un bene comune, che per interessi di parte non si può tirare per la giacca.

Meno male: finalmente un valore condiviso persino di più della bandiera e del concetto di patria. Sarà poi proprio cosi? A dire la verità dentro le belle parole si sono infiltrati i numeri , e cosi il valore dell’arte si declina solo sulle quantità che essi sono in grado di rilevare.

La stessa affermazione poi, secondo cui l’arte appartiene a tutti, esprime una semplificazione intrisa di retorica e ambiguità. L’opera d’arte, creazione solo del suo autore, appartiene a chi sa evocarla, riconoscerla e immaginarla: é viva e necessaria fino a quando produce dibattiti e riflessioni che aiutano gli uomini a confrontarsi con i propri e gli altrui convincimenti; diventa inutile e inerte quando, per riconoscerne il valore, ci si affida ai prezzi raggiunti nelle aste o, come in una sorta di auditel, al numero dei visitatori di una rassegna ben sponsorizzata.

In tempo di elezioni, e nel Bel Paese (cosi’ infatti noi continuiamo a chiamare questo nostro paese) l’elezioni sono molto ricorrenti, si rivendica la ” par condicio“ come sola condizione per mettere equamente a confronto le diverse opinioni , per offrire ai cittadini la possibilità di scegliere tra le varie proposte.

Ma nel settore delle arti figurative (oggi preferiamo, con un po’ di insensatezza, chiamarle visive) esiste ancora qualcuno, a livello istituzionale, che si faccia carico di pretendere pari opportunità per le diverse tendenze dell’arte contemporanea? Pare proprio di no. Ovunque mi pare, si propongono sempre gli stessi personaggi tanto da far sembrare il panorama artistico italiano poco più di un teatrino virtuale. (Ma sara’ poi cosi’ anche altrove? Vale a dire anche fuori dal mio paese?)

S è cominciato, prima a Napoli al museo di Capodimonte, poi a Roma alla Galleria Borghese, infine all’Accademia di Firenze ( in occasione della presentazione del David di Michelangelo restaurato), a esporre le opere dei nuovi maestri vicino ai capolavori del’arte antica. E non certamente per stimolare un impossibile confronto, ma piuttosto per certificare oltre ogni ragionevole dubbio, facendo diventare normativa una celebre e provocatoria teoria di Duchamp, il carattere incontrovertibile di opera d'arte a questi lavori.

( Duchamp teorizzo’ infatti che se si fosse appesa alle pareti di un museo una sedia questa avrebbe perso il suo significato di oggetto d'uso per diventare solo la forma di un'opera d'arte; tanta è la forza di omologazione del Museo! )

I funzionari ministeriali , gli assessori alla cultura, e tutti coloro che, in qualche modo sovrintendono al delicato incarico di promuovere e diffondere l'arte e la cultura non hanno certamente il dovere di essere degli esegeti ( spesso possono credere di amare l'arte senza avere la capacità di riconoscerla).

Il compito di chi ha responsabilità istituzionali dovrebbe essere principalmente quello di promuovere il confronto delle idee e delle tendenze, di sorvegliare affinché non sia penalizzato chi lavora in solitudine , di non fidarsi sempre di consiglieri astuti e conformisti che conoscono bene l'arte della seduzione e che hanno in tasca un metro ancora una volta pieno di numeri: quelli indicati dal mercato

Alberto Sughi , Roma

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9 Maggio 2005, La guerra non ha un suo colore

Di notte, in una stanza che li ripara dal vento e dalla pioggia, un uomo e una donna, si abbracciano teneramente.

In un’altra parte del mondo, mentre il sole si leva su un mare calmo e trasparente, un aereo irrompe con improvviso frastuono e raffiche di mitraglia disegnano zampilli di sabbia sulla spiaggia: la corsa di due soldati si arresta nella polvere e nel sangue. Il sole continua a splendere ignorando i disastri della guerra , la notte a scendere nel tempo della pace Non sono quindi l’ombra o la luce , il nero o il rosa a rappresentare la paura e la serenità. Cosi, in natura, non ci sono i colori della pace né quelli della guerra. E pur tuttavia il nero, il grigio plumbeo, il bianco sporco , i contrasti violenti della luce appaiono i più idonei a rappresentare la morte, la distruzione, il terrore, e tutto ciò che di sinistro procura la guerra. Ma non sono solo quelli i colori della guerra; sono pittosto riferimenti convenuti per rappresentarla. Ad Arezzo, nel grande ciclo di affreschi per la chiesa di S. Francesco, Piero della Francesca dipinge una terribile battaglia adoperando tutt’altra scala di colori : Ci sono lance che trafiggono corpi, teste di soldati morenti tra scorci di zampe di cavallo, eleganti armature e stendardi che sventolano in un cielo azzurro cobalto. Rimaneva fermo .nei suoi principi d’artista rinascimentale, l’antico maestro “colorare intendiamo dare i colori commo nelle cose se dimostrano, chiari et oscuri secondo che i lumi li devariano”:

Nella seconda metà del seicento invece i quadri di battaglie diventano un genere pittorico come una grande epopea con cavalli e cavalieri a combattere in un vortice di polvere tra alberi frondosi, sotto cieli screziati di nuvole dorate . Bisognerà arrivare “ ad Antoine Jean Gros ,al suo “Napoleone alla battaglia di Eylau” del 1808 perché la visione tradizionale venga sovvertita:” Per la prima volta un pittore della violenza non abbellisce, non trasforma in festa, in bellezza scenografica, il carnaio e la morte” ( A Masson) . Subito dopo“ La ritirata di Russia” , il terribile telero di Nicolas Toussant Charlet sintonizza in maniera irrevocabile il nero e il grigio alla rappresentazione guerra .

Poi arriva il cinema a suggerire , a indicare anche il colore psicologico ,tragico e insensato: “ All’ovest niente di nuovo “ di Milestone 1930. E oggi diventiamo spettatori attraverso la televisione, di un fondale verdino con ombre che si muovono in mezzo a squarci di bianco sul teleschermo ; sembrano sequenze di un video gioco; è invece la guerra in Iraq ai raggi infrarossi: la guerra più terribile, i bombardamenti della notte colorati in “verde veronese”.:

Infine ci sono , a confrontarsi con questa guerra , i colori delle nostre parole , i colori dei nostri convincimenti, quelli dei nostri sentimenti, delle nostre paure e delle nostre speranze e, insieme ,il colore aspro delle contrapposizioni che ogni guerra tende a rendere insanabili. Se non è mai facile distinguere la ragione dal torto, quando siamo dentro una guerra e al disordine che produce questa distinzione ci appare quasi impossibile. Il vero e il falso spesso si assomigliano molto e la differenza devono essere più piccole di quello che si crede se spesso è così facile contrabbandare il falso per vero. E tuttavia proprio in quella differenza di difficile percezione è racchiuso l’insanabile contrasto dei due termini. Ma sarà poi vero che le due espressioni siano sempre e solo contrapposte? Ho sentito più volte affermare:” Delle due l’una : o è così o è cosà” ; ciononostante ho sempre nutrito qualche sospetto per quello che si vuol fare apparire lapalissiano e continuo a pensare che il vero sia cosi nascosto sotto le apparenze che non sia molto facile farlo venire alla luce. Sarà solo la storia a svelarci il significato degli accadimenti , a farci capire cosa era nascosto sotto quello che credevamo di vedere? O anche la storia dovrà essere continuamente riscritta? O sarà invece l’arte , nutrita di ambiguità, di avventura e di arbitrio, in grado di rappresentare l’impensabile connessione tra il vero e il falso?

Alberto Sughi , Rome

studiosughi@albertosughi.com

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Blogs precedenti

2 April 2005, “The morning light”

20 Feb. 2005, Roman Fragments

05 Jan. 2005, Lost in a labyrinth

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ABSOLUTEARTS.COM, Blogs sull'Arte

ARTE.IT, Alberto Sughi: Blogs americani

Alberto Sughi , Rome

 

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